La nuova legge 20 maggio 2016 n. 76 ha riformato il diritto di famiglia introducendo le unioni civili per le coppie dello stesso sesso.

Si definiscono unioni civili tutte quelle forme di convivenza di coppia, basata su vincoli affettivi ed economici, alla quale la legge riconosce attraverso uno specifico istituto giuridico uno status giuridico analogo, per molti aspetti, a quello conferito dal matrimonio.

I nostri parlamentari lo sanno molto bene, ma trovano molto scomodo riconoscere uno “status quo” che di fatto sta emergendo sempre di più, perché il nostro è un Paese che teme ingerenze da troppi fronti sul tema. Sto parlando degli istituti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso e della convivenza di fatto, la legge Cirinnà n. 76 del 2016 emanata dopo un lungo e travagliato iter parlamentare.

Certo, la legge è stata fatta, perché le pressioni dell’opinione pubblica in generale, delle varie associazioni LGBTI, di manifestazioni e anche di alcuni parlamentari sono state talmente forti e motivate, che per forza il parlamento, una legge, su questo tema, doveva partorirla. Il testo, pur valido sotto alcuni aspetti, zoppica, perché monco.
I primi commi della legge Cirinnà sulle unioni civili gay, sono quanto meno condivisibili, mi riferisco, ad esempio, quando uno dei due coniugi o conviventi omosessuali si ammala, il secondo può presenziare alle visite in ospedale, parlare con i medici ed avere accesso alle cartelle cliniche che contengono i dati sensibili sul percorso della malattia.
Mi riferisco, altro esempio, che, in caso di morte del proprietario dell’abitazione comune, il convivente superstite può continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni (comma 42).

Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il suo/la sua convivente ha la facoltà di succedergli nel contratto (comma 44). E si potrebbero citare altri commi della legge che, sicuramente agevolano queste convivenze o coppie di fatto.
Tuttavia l’ACCERTAMENTO DELLA CONVIVENZA, sulla necessità di presentare la suddetta dichiarazione al fini della legale costituzione della convivenza, sussistono interpretazioni contrastanti, che di fatto, rendono ardua e nebulosa l’applicazione della legge in toto. La prassi dei principali capoluoghi di provincia (Milano, Torino, Napoli,Venezia, Genova) andrebbe in questa direzione: essi, infatti, impongono ai conviventi il deposito della richiesta d’iscrizione presso un apposito registro anagrafico, senza la quale la convivenza non viene legalmente riconosciuta.

A Milano dove la comunità gay è più concentrata, ad esempio, esiste un altro registro, diverso da quello dove vengono trascritte le unioni civili, si tratta di un albo per le trascrizioni delle unioni omosessuali celebrate all’estero. Le coppie gay dovranno chiedere la trascrizione inviando agli uffici dello Stato civile l’atto di matrimonio tradotto attraverso l’ambasciata o il consolato. Chi si è già sposato all’estero non può rifarlo in Italia.

Tornando alla dichiarazione, secondo il Tribunale di Milano (ordinanza del 31.05.2016), invece, la stessa costituirebbe solo uno strumento di prova della convivenza di fatto, non di costituzione della medesima, poiché il comma 37 della Legge Cirinnà prevede che la predetta dichiarazione abbia la finalità di accertare la “stabile convivenza”, non di riconoscere quest’ultima. Di conseguenza, i diritti previsti dalla Legge Cirinnà nei confronti dei conviventi si applicherebbero ad essi al momento della costituzione del nuovo rapporto, a prescindere dalla presentazione della suddetta dichiarazione (che comunque deve essere inoltrata quanto prima).

Questi aspetti devono essere sanati al più presto dal legislatore, anche perché, sul tema dei diritti degli omosessuali, l’Italia è un po’ il fanalino di coda rispetto ad altri paesi dell’Unione e il tempo stringe.

Parte della rubrica (BIMENSILE) del venerdì intitolata “A LUME DI CANDELA” di Claudio Silva.